Da leggere nella notte di Natale (2009)

“Non puoi scrivere una storia così!”

“Perché?”

“E’ troppo, ecco, è troppo...”

“Ma è realtà, e la realtà è lì, davanti a te, nuda in tutta la sua verità.

Puoi guardarla, se ne hai il coraggio puoi “ vederla “, puoi anche toccarla, ma è un vedere che spoglia anche te, in un lampo ti lascia senza difese e dentro comincia a fare male.”

“Ma è per la Notte di Natale, deve essere più leggera.”

“Non dovevi usare questo aggettivo…….è proprio questa leggerezza che così pesantemente è andata a fondo nel cuore.

Vedi, ci sono luoghi nel mondo dove la vita e la morte si intrecciano, si abbracciano in una tale assoluta lievità, silenziosità, quasi in dissolvenza che, se non hai occhi profondi, neppure ti accorgi del loro accadere.”

***

Non lo vedemmo subito, nel cortile che ribolliva di donne e bambini che Mebrat, la guardiana, cercava inutilmente di mettere in fila, per le foto di fine anno.

Fu solo alla fine, quando ormai tutti se ne erano andati, che lui si alzò, prese il bambino in braccio e venne verso di noi.

“Behrè, come sei cresciuto…….. Perché stai in braccio a tuo padre?”

L’uomo sollevò un lembo della maglietta di Behrè.

“Da quanto tempo ha tutte queste piaghe?”

Gli occhi dell’uomo lustri, spauriti, passavano dal corpo di Behrè ai nostri occhi, ed in filigrana vedevamo le sue dita scarne intrecciare per noi paura, impotenza, speranza in muti fili sottilissimi, a costruire un ponte perché potessimo raggiungerlo.

“Non abbiamo strutture per curarlo qui, devi portarlo a Macallè, là vi potranno aiutare, avrete tutte le cure necessarie”.

“Prima devo tornare a casa, mia moglie sta per partorire e sta molto male, poi andrò.”

Tornarono dopo una settimana.

Li trovammo seduti per terra, le spalle appoggiate al muro della casa di Mebrat.

Dovevano avere camminato tutta la notte.

L’uomo indicò, seduta accanto a lui, una ragazzina, avvolta in un velo fitto che la ricopriva tutta, proteggendola dal freddo pungente del mattino, aprì il velo mostrando un piccolo fagotto di stracci che lei riparava, stringendolo a sé, con le braccine scarne.

“E’ mia figlia, è nata una settimana fa, il giorno in cui io ero qui, non ho fatto in tempo a tornare a casa  da mia moglie, e lei è morta, ma la bambina è viva.

Mi hanno detto che è un male cattivo quello che l’ha portata via, e che quel male ha preso anche me, ha preso anche  Behrè.”

Non ci furono più parole, perché le parole non uscivano più dalla gola, solo uno strazio infinito, infinitamente silenzioso e per questo ancora più struggente.

Fu quello il momento in cui, gli occhi fissi sul volto dell’uomo, capimmo la distanza infinita che ci divideva, perché guardare, vedere, toccare, non a parole, ma nella realtà, avrebbe significato com-penetrare, com-patire, ma lui era al di là,  sull’altra sponda, solo, col suo Behrè, e noi al di quà, divisi dal fiume della vita.

E quel ponte leggero, intessuto di vita e di morte, così lieve e pieno di silenzio, era per noi impossibile da attraversare, troppo pesante il nostro passo.

Si alzò a fatica, prese il fagottino dalle braccia magre della ragazzina e ce lo porse.

“Prendete con voi la bambina, io prendo Behrè, poi andremo insieme  a Macallè.”

Non aggiunse altro, prese la mano di Behrè e si allontanò nel pulviscolo d’oro del mattino. La ragazzina ebbe un attimo di incertezza, girò lo sguardo intorno, poi si ricoprì col velo fitto e li seguì.

Il fagottino di stracci fu aperto, fu lavata, rivestita, nutrita.

“Che dite?  Non ha ancora un nome”

Fu Abiel il primo a rispondere: “Mancano pochi giorni al Natale, perché non la chiamiamo Vita?”

Luciana