Da leggere nella notte di Natale (2012)

 

 

Da leggere nella notte di Natale

 

La strada per Maga‘Uma

 

 

Ve la sentite ?”

E’ sempre un invito. Che ci interpella.

Ci portiamo la domanda a casa, abbiamo bisogno di questo spazio – tempo per metterci di fronte ad una realtà e dare la risposta.

Ognuno di noi con negli occhi, nelle orecchie e nel cuore quello che ha visto, che ha ascoltato, che ha accolto.

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Alitena – Irob Woreda District – Nord dell’Etiopia –

 

Era solo una decina di giorni fa……..

 

In piedi, sul tetto piatto del monastero di pietra scura, come le poche casupole attorno a farne un presepio, un vecchio prete, cotto di sole e di Dio, punta i suoi occhi azzurri, vecchissimi, davanti a sé, e formula l’invito: “ La strada. Potete aiutarci ? “

Guardiamo nella direzione indicata, solo montagne, aspre, disabitate, pure sappiamo che non è così; anni di Etiopia ci hanno insegnato che a volte lì la vita ha imparato un silenzio e un modo così lieve di esistere che si è come disseccata, amalgamata alle rocce a furia di fissare lo sguardo negli occhi così umani della morte.

La strada parte da qui e deve arrivare a Maga‘Uma. Sono 10 chilometri. In mezzo villaggi, centinaia di persone, 14 distretti. C’è bisogno di tutto “.

Seguiamo, fin dove lo sguardo lo consente, una sottilissima cicatrice bianca sui fianchi delle montagne: “ E’ il sentiero che porta a Maga‘Uma. A volte sono giorni di cammino “.

“ Venite, dovete vedere “.

Saliamo in macchina con lui, lasciamo Alitena.

 

La Jeep procede lenta, il rumore secco delle gomme sui sassi, e un’aria così pura da pungere con dolore le narici.

Poco dopo un fascio di rami secchi su una curva a gomito chiude l’accesso ad un tratto di strada strappato con pala e piccone al fianco corrugato della montagna.

E, come sempre accade, qualcuno si materializza e corre verso di noi per aprirci un varco.

“ Un primo breve tratto, alcune centinaia di metri, sono stati fatti, ma non c’era cemento, la pietra si sfalda, non ci sono canali di scolo e non sappiamo come rinforzarla, abbiamo solo pale, picconi e queste mani “.

Proseguiamo.

Adesso il percorso è da brivido, procediamo incollati alla parete di roccia.

Ci fermiamo là dove il piccone e la pala si sono fermati. Sotto, il terreno precipita, in una nuvola di polvere sottilissima, verso un rigagnolo di fango verdastro, cinque centimetri d’acqua, non più.

 

Scendiamo e d’improvviso, sbucata dal nulla, la piccola processione di donne e uomini con pale e picconi ci viene incontro.

Cantano, per noi.

Ci girano intorno, a passo di danza e cantano.

Li guardiamo negli occhi, ci guardano con occhi che ridono.

Scendono prima di noi, e in quella poca acqua sporca si lavano i sandali di plastica, le gambe, bevono.

 

Il vecchio prete coglie il disagio del nostro sguardo: “ E’ tutta l’acqua che hanno. Lei è sopra il cielo, perché adesso il cielo è chiuso. Ma quando diventa troppo pesante, lui non la regge più e lei precipita, schiantandosi e urlando della stessa paura di uomini e animali “.

Si passa una mano sugli occhi, a impedirsi di rivedere: “ Si chiamava Amaniel. Veniva qui ogni giorno a farle bere: due mucche, tre capre, un’asina. Era tutto quello che aveva. Lei è arrivata. Con un ruggito liquido ha inghiottito tutto.

Vedete, qui serve un ponte “.

 

La piccola processione con pale e picconi comincia a salire la sottile cicatrice bianca.

Dobbiamo arrivare lassù, ci aspettano, è la gente del primo distretto “.

 

Intravediamo il tetto di lamiera di una casa.

Entriamo. Ci salutano, sono gentili, sorridenti, pulitissimi, poverissimi.

Dieci uomini, accovacciati sul pavimento di terra battuta, stanno sezionando parti di una capra, uccisa in nostro onore.

Sarà il loro – nostro pranzo.

Una borraccia italiana della guerra, finita lassù chissà come, sta fumando su un braciere per il caffè. E’ ancora bellissima.

 

Un vecchio ascaro con i capelli bianchi ci osserva con una familiarità intima.

Sono venuti da altri distretti, dopo pranzo vogliono incontravi “.

Sotto il sole a picco, seduti, silenziosi, aspettano la fine del nostro pranzo.

Chiediamo se è possibile condividere almeno il caffè, ci dicono di sì.

Ordinatamente ci vengono davanti e dicono…………di storie disperate per similitudine, privazioni per cui non abbiamo parametri mentali, poi arriva lui, lo riconosciamo subito, è il papà di Vita , e ci tornano nella mente quelle sue ultime parole: “ Non ho fatto in tempo a tornare a casa da mia moglie, e lei è morta, ma la bambina è viva……” (*)

 

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Era solo una decina di giorni fa……

 

Abbiamo visto, ascoltato, adesso c’è solo da accogliere: Si, faremo la strada, la strada per Maga‘Uma.

 

Voglio finire con le parole che qualcuno ha scritto in un suo bellissimo libro e che adesso io faccio mie, perché rispondono a pennello a quanto ho scritto fin qui: “ Uno è quel che fa, e fa quel che può e non si arriva dappertutto, ma noi siamo qui, e un pezzo di strada insieme lo possiamo fare “.

 

Luciana

 

 

(*) Vita vive ad Adwa, nel nostro Villaggio, dal 2009. Abbiamo raccontato la sua storia nella lettera “ Da leggere nella notte di Natale “ di quello stesso anno.