Ottobre 2015

Cari amici,

                 eccomi di nuovo a voi per il consueto aggiornamento annuale della situazione, che invio tramite la newsletter.

Era mia intenzione aggiornarvi sul centro di cura della podoconiosi che abbiamo aperto ad Addis Ababa (che comunque sta funzionando egregiamente e per il quale vi invierò un aggiornamento in occasione del Natale) ma c’è stato un fatto nuovo che mi ha spinto a cambiare totalmente idea.

 

Come vi ho più volte scritto, tra i volontari che hanno trascorso un breve periodo presso il nostro Villaggio di Adwa, c’è stato anche Ludovico Nitoglia, un giocatore di rugby professionista, che più volte ha fatto parte della nazionale italiana e che, attualmente gioca, nel ruolo di ala, nella Benetton Treviso, squadra impegnata in un campionato intereuropeo.

 

Quando Ludovico, per la terza volta, è venuto a visitare il Villaggio, per continuare nell’opera di coinvolgimento dei bambini nei primi rudimenti del rugby, ha portato anche un amico, Valerio Bernabò, che gioca, nel ruolo di seconda linea, nella nazionale italiana, attualmente impegnata in Inghilterra nel campionato mondiale, che è in pieno svolgimento.

 

Valerio è rimasto così toccato dall’esperienza avuta, che ha deciso di impegnarsi personalmente nella promozione e “sostegno” (capirete poi perché ho messo tra virgolette questa parola) della nostra Fondazione. Per tale motivo ha organizzato, con aziende e associazioni che operano nel settore, una vendita all’asta on line, di magliette, tute e altri oggetti dei componenti della nazionale di rugby, firmati dei relativi atleti.

 

Valerio ha anche scritto un breve ma intenso racconto del suo viaggio ad Adwa, della visita al nostro Villaggio, dell’incontro con i bambini, delle emozioni provate e della risonanza che tale visita ha suscitato in lui.

 

Come Valerio scrive, l’esperienza vissuta visitando il Villaggio, gli ha suscitato una diversa e più profonda comprensione del significato della parola “sostegno”, tipica e tanto familiare nel gioco del rugby, perché è un elemento cardine dello sviluppo del gioco.

Non aggiungo altro e, come newsletter, vi lascio questa volta alla lettura del racconto di Valerio.

Eccolo:

 

Tanti e tanti centimetri fa ho iniziato a seguire gli strani rimbalzi di una palla ‘uovo’, come dolcemente la chiama Anna, la figlia di un mio amico. Quando sei piccolo il rugby rappresenta quello che di meglio si possa chiedere a un bambino: correre dietro a un pallone, farlo su un piccolo fazzoletto d’erba, ancor meglio se infangato (per la gioia della lavatrice di mamma!) e farlo con i propri amichetti. Passano le stagioni e il campo si allarga, così tanto che quei rimbalzi bizzarri ti portano a vivere esperienze anche fuori dal terreno di gioco.

Adwa, Etiopia. “Villaggio dei bambini”. Dalla sacca Ludo (Nitoglia) tira fuori una palla uovo gialla fosforescente e gli occhi dei bambini si illuminano di eccitazione. Buona parte di loro, specialmente i più piccoli, è alle prime armi con l’inglese, la loro lingua ufficiale è il tigrigno, ma quel pallone abbatte ogni barriera: sono i sorrisi, le espressioni del viso, la gestualità del corpo e gli sguardi complici il nostro linguaggio comune. Ludo è di casa ormai, è il terzo anno che li va a trovare. Me ne aveva parlato, non erano servite tante parole…è bastato uno sguardo: vengo con te!

I cancelli dell’orfanotrofio “James non morirà” si aprono per far entrare la Jeep che ci è venuta a prendere nel piccolo aeroporto locale. I bambini sono schierati sulle scale degli uffici e ci cantano una canzone. Wow che accoglienza! Scende il loro fratellone Ludo e poco dopo un ‘gigante’. Le teste si piegano all’indietro e i loro sguardi sembrano chiedersi: ’Ma dove finisce questo qua???’. Iniziamo a studiarci, tra timidezza e un po’ di timore…mamma mia quanti sono!

Mi guardo intorno e la prima impressione che ho è quella di grande concretezza, la struttura è eccellente, adagiata su una collina. E’ dotata di dormitori, aule, mensa, un centro medico di emergenza, orto, giardini e campi per giocare. Energia elettrica, acqua e cibo. Le giornate iniziano alle 7, con la colazione. Tutti insieme nella grande mensa, si inizia a mangiare solo quando sono tutti seduti e il bambino designato recita la preghiera seguito da tutti in coro. I più piccoli restano nella struttura dove sono seguiti da maestre e sister (le tate).

I più grandi vanno a piedi nella scuola pubblica situata a pochi chilometri fuori dal Villaggio. Appuntamento a pranzo intorno a mezzogiorno dove vengono serviti dei pasti generalmente composti da piatti nutrienti, che variano di giorno in giorno. Nel primo pomeriggio di nuovo lezioni, i più grandi frequentano la parrocchia di Don Bosco, un punto di riferimento importante per loro. La sera cena presto e poi si va a dormire.

Ludo ed io in tutto ciò? Come sempre…i giullari di turno! Facciamo qualche incursione (per la disperazione delle maestre) durante le lezioni in asilo, ma principalmente ci occupiamo di far loro fare attività fisica nelle ore di buco tra scuola e pasti. Sono divisi in tre gruppi, a seconda delle fasce di età, dai più piccoli cui facciamo fare esercizi ludici per lavorare sulla coordinazione e sulla presa di confidenza col loro corpo, fino ai più grandi cui proponiamo esercizi di skills più specifici (alcuni sono molto più bravi di noi…anche se non ci vuole tanto!!!). I più ‘caciaroni’ sono quelli dell’età intermedia, il gioco con cui si divertono di più è “Wolf and Sheep”: tre o quattro nelle vesti dei lupi a caccia delle pecorelle che scappano all’interno del campetto, chi viene toccato dal pallone è eliminato. Una bolgia!

La sera in camera è il momento in cui io e Ludo ci ritroviamo a sistemare le idee e a ragionare su quello che stiamo vivendo, per cercare veramente di calarci nella loro realtà e provare a capire più profondamente quello che vediamo.

La parola che meglio descrive la vita dentro al Villaggio pensiamo sia “cura”. Ogni singolo aspetto è curato nel minimo dettaglio, nulla è lasciato al caso. Il modo in cui sono strutturati gli ambienti, l’impostazione da dare alla giornata, i pasti, le attività, sono frutto di approfonditi ragionamenti per ottimizzare risorse e raggiungere lo scopo principale della Fondazione: aiutare a non avere bisogno di aiuto. Il gioco è lo specchio di come sono dentro, ce ne siamo accorti subito dal modo in cui cercavano continuamente il compagno con un passaggio, comunicando, aiutandosi a trovare soluzioni per segnare. Una meta è vedere come si prendono cura l’uno dell’altro, una meta è quando fanno a gara per farti vedere cosa hanno imparato a scuola, una meta è il rispetto e l’attenzione per tutto quello che hanno, LA meta è sentirli raccontare i loro sogni.

Con Ludo abbiamo avuto la possibilità di toccare con mano questa realtà ben consolidata (il rinnovo del progetto è stato approvato dal governo etiope anche per il quinquennio 2014/2019), nata dalla volontà di Francesco, della sua famiglia e di sua moglie Nevia, che hanno dedicato la loro vita all’assistenza dei bambini, dei poveri e delle donne. A loro va il nostro Grazie per averci aperto le porte di ‘casa’ e per averci fatto capire nel profondo il significato di una parola che nel rugby ci è tanto familiare: “sostegno”!

Cliccando sui seguenti link, uno dei quali è quello della Federazione Italiana Rugby, troverete, oltre al racconto di Valerio, alcuni commenti ed altri link per il materiale messo all’asta.

 

http://rugby1823.blogosfere.it/post/544807/il-diario-del-cammellone-azzurri-insieme-per-james

 

http://www.federugby.it/index.php?option=com_content&view=article&id=8522:gli-azzurri-in-campo-per-il-villaggio-dei-bambini-di-adwa&catid=252:slide&Itemid=811

http://www.onrugby.it/2015/09/26/quando-gli-azzurri-vanno-in-sostegno-stavolta-la-meta-si-trova-in-etiopia/

 

Un abbraccio a tutti e … non dimenticate di seguire le partite della nazionale italiana al mondiale in corso in Inghilterra.

 

Franco