Settembre 2007

Cari amici,

questa volta il mio ritardo è veramente notevole e devo chiedervene scusa. Non si è trattato però di trascuratezza, ma di assoluta impossibilità.

Difatti il lavoro della Fondazione cresce in continuazione, con l’aumento dei sostenitori e con esso la corrispondenza con tante persone e la gestione di tutte le singole posizioni . Ma determinante è stato il maggior tempo che ho dovuto dedicare al lavoro di commercialista, in seguito alla introduzione di una notevole mole di nuovi adempimenti.

Non mi dilungo, ma ho sentito il desiderio di chiarire questo lungo silenzio, per confermare che il nostro impegno non è diminuito anzi, è ulteriormente aumentato.

Ricordate Teresa, la bambina che il padre voleva “lasciar morire” e della quale vi ho parlato nella lettera dello scorso ottobre 2006, raccolta da Francesco in uno sperduto villaggio, piena di piaghe e totalmente disidratata e denutrita, a dodici giorni dalla nascita?

Teresa ora sta benissimo, è cresciuta notevolmente, anche se resta una bimba piccola in relazione alla sua età, con un certo ritardo nello sviluppo. I primi dentini li ha messi solo a nove mesi.

Ormai ha quasi un anno e comincia a muoversi “gattonando” ed è meravigliosa ed in salute!

Teresa, la piccola che il padre non voleva e che “doveva morire”.

Ancora una volta ripenso al nome della nostra Fondazione: “James non morirà”. Quando l’abbiamo scelto non pensavamo che ci saremmo trovati davanti, più di una volta, situazioni che ci avrebbero reso vivo e concreto quel nome e fatto vivere una esperienza reale. La nostra era una speranza, un messaggio, una finalità cui tendere, sopratutto per noi. E invece ci troviamo a viverle, in diretta, queste situazioni, nelle quali il “James” di turno, che secondo logica dovrebbe morire, in realtà non muore, ma sopravvive e vive. Ogni volta è una esperienza incredibile, un misto di gioia e di incredulità, di timore e di speranza, di volontà di non cedere a quella che sembra una fine inevitabile. Non ci si abitua mai a veder sopravvivere un piccolo che è “senza speranza” e che, invece, resta aggrappato alla vita. Ogni volta è una vittoria insperata. Ogni volta è un “miracolo”. Quello di Teresa è uno dei tanti.

Per questo Luciana, come sapete, ha definito il Centro di Emergenza “la stanza dei miracoli”.

Ma non voglio raccontarvi storie particolari di singoli bambini, questa volta, ma due eventi importanti e significativi.

Il primo è che due medici italiani – uno vive però negli Usa – specializzati in pediatria, Andrea e Azzurra, hanno iniziato una preziosissima ed insperata collaborazione con noi.

Avevo messo in guardia Andrea sul fatto che la nostra è una piccolissima struttura, priva di ogni macchinario o presidio di tipo ospedaliero, dove si va avanti con medicinali ed attrezzature appena di poco superiori a quelli che possono esservi in una qualsiasi nostra casa, dove vivono dei bambini. Ma i nostri timori, che si potesse trattare, per due medici così qualificati, di un’esperienza non interessante, si sono rivelati infondati, perché Andrea ed Azzurra si sono trovati a lavorare tutto il giorno senza sosta.

Francesco e Nevia hanno approfittato della loro presenza per ottenere consigli e suggerimenti su tutte le situazioni e patologie che, più frequentemente, si presentano tra i bambini ricoverati nel Centro di Emergenza, tra quelli che abitano nel Villaggio e tra quelli in adozione a distanza che vengono a farsi visitare e curare. Inutile dire che per Francesco e Nevia - che avevano fatto tutto da soli - avere avuto queste conferme di comportamenti adottati è stato e sarà di grandissimo aiuto. Nevia aveva già istituito una scheda personale di ogni bambino, che Andrea ed Azzurra hanno suggerito di integrare. In tal modo, per chiunque, sarà possibile disporre di una dettagliata storia sanitaria di ciascun bambino.

Andrea ed Azzurra hanno avuto anche un costante rapporto con il medico locale, scambiandosi preziose esperienze. Loro a fornire dati ed indicazioni su cure, dosi, medicinali, trattamento di alcune patologie. Lui a fornire la sua esperienza su alcune specifiche patologie locali (dermatologiche, intestinali, ecc.).

Ma ciò che li ha colpiti di più è stata la situazione nella quale si sono trovati a vivere.

La realtà del Villaggio li ha “toccati”: i bambini che arrivano dai villaggi, dopo ore di cammino, con patologie che a volte non avevano mai visto nella realtà; il Centro di Emergenza nella sua estrema semplicità e drammaticità, ma con la sua straordinaria efficacia, con le giovanissime mamme, i bambini denutriti e, spesso, colpiti da Aids ed altre gravi patologie. Lì Andrea ed Azzurra hanno trascorso gran parte del loro tempo, mentre i bambini del Villaggio aspettavano il momento del loro riposo, per correre loro incontro gridando i loro nomi e sommergendoli, saltando loro addosso.

Come tutto era diverso dai loro ospedali italiano ed americano!

Sono stati così “presi” da questa realtà, che dopo appena un paio di mesi erano di nuovo da noi.

Quello che più ha sorpreso Andrea ed Azzurra è stato il modo in cui Francesco e Nevia - che non avevano alcuna specifica cognizione o conoscenza medica od infermieristica - sono riusciti ad organizzare il centro di Emergenza ed a fronteggiare situazioni che, in genere, sono descritte sui libri di medicina, come situazioni limite, a mortalità elevatissima.

Nel Villaggio e nel Centro di Emergenza invece, quasi tutto si risolve in modo apparentemente semplice, con pochi medicinali a disposizione, senza un supporto sanitario che non sia quello del medico locale, peraltro utilissimo e disponibile, coadiuvato da due infermiere locali.

Senza strutture, senza macchinari od attrezzature di supporto. Senza analisi.

Solo con il buonsenso, la tenacia, la fiducia e con tanto cuore.

I risultati che in tal modo sono stati ottenuti, e che giornalmente verificavano con i loro occhi, erano veri e reali. Impensabili ed incredibili, se raccontati, ma che constatavano in prima persona.

Nei loro ospedali, situazioni del genere sarebbero state trattate come emergenze “rosse”, utilizzando tutti i più moderni strumenti e medicinali. Lì, con il poco a disposizione, la quasi totalità di tali situazioni di emergenza da denutrizione si risolveva positivamente!

Difficile da credere per due medici occidentali. Pure questa realtà, che si manifestava, li ha portati a comprendere che, pur con pochissimo, nelle situazioni estreme, si hanno risultati “miracolosi”.

Andrea ed Azzurra sono tornati nei loro rispettivi ospedali, portandosi dietro questa bellissima esperienza, che li ha resi ancor più desiderosi di tornare presto.

E presto torneranno. Stanno già facendo i programmi!

Ma c’è un altro evento importante.

Nell’ambito della nostra attività cerchiamo di portare aiuto a tutta la comunità, con la realizzazione di alcuni progetti (oltre a quelli di lavoro per le donne) che verifichiamo con l’Amministrazione locale, con la quale collaboriamo attivamente e che apprezza moltissimo i nostri interventi.

Non è facile individuare e realizzare progetti che possano essere di effettivo e concreto aiuto, perchè molti di quelli che chiunque potrebbe immaginare, non sarebbero purtroppo di effettiva utilità.

Nei mesi scorsi, a Francesco e Nevia è però venuto in mente un progetto che sembrava realizzabile e che a loro piaceva particolarmente.

La costruzione di una scuola per bambini ciechi.

Ad Adwa e nelle zone circostanti, i bambini ciechi sono moltissimi. Colpa di alcune malattie, come la bilarzia, ma colpa anche della mancanza di igiene, sopratutto nei villaggi, che provoca il tracoma. Malattia che, non curata, porta alla cecità. La scuola, quindi, avrebbe fatto fronte ad una esigenza importantissima, dando a questi bambini una futura possibilità di inserimento sociale - invece di una prospettiva di mendicità a vita - traendoli dall’isolamento e stimolando le loro capacità, altrimenti perdute per sempre, senza avere avuto mai neppure la possibilità di manifestarsi.

Francesco e Nevia hanno subito preso contatto con le autorità locali, subordinando però la realizzazione del progetto ad un formale impegno dell’amministrazione, di attivazione e gestione della scuola e dei relativi oneri, inclusa la ricerca e l’assunzione di maestri specializzati.

Dopo vari incontri, finalmente sono riusciti a concretizzare tale impegno, ed è stato quindi dato il benestare per la realizzazione di questo nuovo progetto.

Le autorità hanno individuato un terreno, quasi confinante con il nostro Villaggio, di circa mq. 3.000, che le stesse hanno destinato e vincolato alla costruzione della scuola.

Così è iniziata la costruzione, che dovrebbe essere pronta ed entrare in funzione entro la fine dell’anno.

Il nostro impegno consiste nella recinzione del terreno, costruzione del fabbricato, allacciamento della luce ed acqua, fossa settica e fornitura di tutti i mobili (banchi, cattedre, arredi, ecc.)

La scuola avrà 4 classi, ciascuna delle quali potrà ospitare 25/30 bambini.

Sono inoltre previste 3 stanze (sala insegnanti, ufficio, magazzino) e 6 bagni.

Del progetto si è anche interessata l’associazione nazionale etiopica dei ciechi, la quale ha dato la propria disponibilità per fornire ogni supporto didattico e per collaborare alla formazione degli insegnanti.

L’impegno economico è previsto in circa €. 70.000

Non appena abbiamo definito il progetto, che ha avuto come detto una lunga gestazione, abbiamo subito ricevuto due sostanziosi contributi.

Uno da Nino, un nostro caro amico che, appena avuta notizia di questa nuova iniziativa, ha manifestato il suo desiderio di contribuire, in modo assai significativo, alla sua realizzazione.

Un ulteriore importante contributo è giunto da un ente associativo a carattere nazionale, cliente del mio studio, che ha deliberato la destinazione a nostro favore di parte delle somme che, annualmente, vengono dal medesimo devolute in beneficenza.

Per la restante parte dell’impegno finanziario, non indifferente, utilizzeremo le risorse disponibili, salvo che non ci giungano insperati contributi, destinati specificamente alla scuola dei bambini ciechi.

Questo è il fatto. Ma c’è un particolare singolare che, fin da subito, ci ha colpiti tutti.

Il terreno che l’amministrazione ha scelto, quasi confinante con il nostro, si trova proprio al culmine di una piccola collina. È sicuramente uno dei punti panoramici più belli su Adwa e sulle zone circostanti. Si vedono il profilo dei monti lontani, le chiese ortodosse costruite sulla cima di aspre colline, le pianure circostanti, alcuni villaggi. La vista si spinge fino all’orizzonte mentre, proprio di fronte alla collina, si vede tutto il movimento della vita di Adwa, persone, carretti, animali che, partendo o dirigendosi ad Adwa, percorrono i numerosi sentieri disegnati tra le campagne, alcuni dei quali si perdono in lontananza, o vanno a nascondersi dietro un monte.

Il senso di spazio e di libertà che da tale vista si trae, invade completamente chi guarda.

E questo panorama così bello è stato destinato proprio alla scuola per bambini ciechi!

I panorami - sopratutto quelli naturali che si godono da posizioni più elevate ed isolate - non si godono però solo con la vista, ma con tutti i sensi.

I suoni e gli odori, il vento, il silenzio, il caldo, il freddo, il sole, la pioggia.

Di fronte a certi spettacoli ed a certe situazioni ambientali, si prova allora un grande senso di pace, di serenità, ed il pensiero trova qualcosa su cui indugiare.

E gli occhi si chiudono, per concentrare nel pensiero tutte quelle sensazioni, e lasciarsi portare.

Sulla cima della collina spira sempre, più che altrove, il solito vento, che obbliga a coprirsi, almeno con una felpa. È un vento che, a seconda dell’intensità della forza, porta suoni, voci, odori diversi.

Quegli odori africani, così intensi e così delicati, così carichi di mistero e così mischiati tra loro che si fatica a distinguerli. Erbe, fiori, spezie, incensi, animali. Tutti gli odori di Adwa, del caffè appena tostato, della terra bagnata dopo una rara pioggia.

Le voci, i suoni ed i rumori che giungono da ogni parte. L’infinito e variegato brusio della cittadina, grida di contadini e di carrettieri che richiamano od incitano gli animali, voci di donne che si ritrovano al fiume per lavare, voci di bambini, venditori ambulanti che urlano i loro prodotti, i rumori degli artigiani al lavoro, quello assordante dei decrepiti motori dei camion o delle corriere che, lentamente e in una nuvola di fumo, si muovono stracariche di persone, i richiami degli animali. Le inafferrabili parole che giungono dagli altoparlanti delle moschee o delle chiese ortodosse. I canti, i lamenti ed i suoni che accompagnano i funerali.

Echi lontani, che raccontano di grandi spazi, di storie che, in quegli spazi, altri stanno vivendo.

Voci, suoni, rumori, odori che il vento mescola a suo piacimento a comporre un mosaico che non si completa mai ma, ogni momento, si arricchisce di nuovi echi e risonanze, donando nuove e diverse sensazioni che fanno correre la mente ed il pensiero.

Viene spontaneo chiudere gli occhi, per concentrarsi su tutto ciò che tocca i nostri sensi, così che la vista appare quasi secondaria, mentre, quel panorama, quelle sensazioni, si “sentono”, ci parlano, vivono dentro di noi.

“Sentire”allora, è più che vedere solamente. È guardare con tutto il proprio essere, in modo più completo, più profondo e più vero.

I bambini avranno la scuola sulla cima della collina e da lì, pur non vedendo, potranno “sentire”, cioè guardare con quegli occhi interiori che si aprono solo quando gli occhi noi li chiudiamo..

Loro, i bambini ciechi, sono abituati più di noi a “sentire” ed a “vedere” con gli occhi interiori. Sono costretti a farlo. E questa lunga abitudine li ha portati ad avere una “vista” ben più acuta, profonda e sensibile di quella di chiunque altro.

Ecco perchè, il più bel panorama di Adwa, spettava loro. Di diritto. E così è stato.

Spero di riuscire a scrivervi ancora al rientro dall’Etiopia. Altrimenti ci sentiremo sicuramente a Natale. Avrò altro da raccontarvi.

La storia di Trasina, ad esempio ...

Un abbraccio a tutti.

Franco